11 Startup impegnate nella lotta alla plastica

In Italia e all’estero diverse imprese innovative stanno sviluppando progetti nel campo degli imballaggi puliti e riciclabili. Sebbene non esistano ancora soluzioni universalmente diffuse che sostituiscano i derivati del petrolio, iniziano però a circolare alternative alle plastica.

Già da anni, nel mondo del design, si progettano bioplastiche a base totalmente vegetale come Agar Plasticity del collettivo giapponese Amam o imballaggi in zucchero e cera che scadono con il prodotto, come quello sviluppato dallo svedese Tomorrow Machine.

Anche nel settore delle imprese cresce il numero di startup che lavora sulle alternative alla plastica.
L’inglese Skipping Rocks Lab ha progettato una bottiglietta per l’acqua completamente commestibile, a forma di gigantesca goccia e ricoperta da una pellicola d’alga. Le alghe sono anche la componente delle pellicole e dei bicchieri biodegradabili e commestibili creati dall’indonesiana Evoware.
La statunitense Abegoo produce rivestimenti per alimenti composti da cera d’api e resine.
La finlandese Paptic, realizza shopper e contenitori in un nuovo materiale a base di fibre di legno degradabile al 95%.

Anche in Italia molte startup lavorano per un futuro libero dalla plastica.
La milanese Planeta Renewables utilizza il miscanto, un’erba che cresce su terreni incolti, come materia prima per i sacchetti compostabili.
Packtin, startup nata all’interno dell’Università di Modena e Reggio Emilia, trasforma gli scarti alimentari come le bucce della frutta o della verdura, in polimeri plastici biodegradabili e compostabili da utilizzare per il packaging.
Bioplastica ricavata dal lattosio, è l’idea della pugliese Eggplant, che recupera rifiuti dell’industria casearia e li trasforma in vaschette e contenitori per liquidi biodegradabili e compostabili al 100%.
Mogu, startup di Varese, crea biopolimeri partendo dai funghi mentre la siciliana Kanesis, ha sviluppato una bioplastica a base di scarti di canapa e altre biomasse.
Bio-on, ormai ex emergente delle bioplastiche che nel 2014 è sbarcata in Piazza Affari e ora tocca il miliardo di valutazione, ha indirizzato la sua ricerca verso un polimero plastico che avesse le stesse potenzialità di quelli derivati dal petrolio, ma che fosse bio, fatto con materiali di scarto, non geneticamente modificato e totalmente biodegradabile in natura. Ora il loro polimero base, un derivato dalla fermentazione batterica degli scarti di aziende alimentari, può essere declinato in varie forme, dalla plastica rigida per i giocattoli alle microplastiche per la cosmesi, mentre Bio-barr, il progetto di packaging che si basa sulla loro tecnologia, è finanziato dalla Commissione europea.

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